24/6/2024
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L’e-commerce è un fenomeno globale in costante crescita e la pandemia da Covid-19 ha ulteriormente accelerato la corsa agli acquisti online, tanto che molti consumatori, anche a seguito della fine delle restrizioni sanitarie, non sono comunque più tornati a fare compere nei negozi fisici.
Per i commercianti si tratta di un’opportunità spesso irrinunciabile per espandere il proprio business a livello internazionale senza il bisogno di investimenti eccessivi, mentre per i clienti sono diverse le comodità che un acquisto online porta con sé. Tuttavia, il boom dell’e-commerce ha portato anche al sorgere di un altro fenomeno altrettanto impattante: la Reverse Logistics, ossia i resi dei prodotti per cui i costi di logistica possono arrivare ad essere, spesso, anche il doppio rispetto ai costi di consegna andando a impattare sui margini di guadagno dell’azienda.
Se da un lato, infatti, i venditori sono spinti a utilizzare la “return policy” come forma di promozione (gran parte dei consumatori è disposto a comprare online solo se il reso è gratuito), dall’altro gli acquirenti arrivano spesso a eccedere, tanto che è nata la figura del “Serial returner” ossia colui che acquista più prodotti di quelli che vuole tenere o più versioni di uno stesso prodotto per valutarle una volta ricevute a casa e poi restituirle tutte ad eccezione di una.
La Reverse Logistics rischia, quindi, di causare un pericoloso effetto boomerang per i commercianti, dal momento che le restituzioni sono più difficili e dispendiose da gestire rispetto alle consegne, che si basano su tanti piccoli di ordini ciascuno con proprie tempistiche, e che nella maggior parte dei casi il prodotto non può essere rivenduto a prezzo pieno o,addirittura, diventa invendibile causando anche un problema ambientale.
Per le aziende è essenziale pianificare al meglio un return management efficace per minimizzare i resi e prevederne i costi, motivo per cui stanno già mettendo in campo diverse strategie:
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